di Martina Pastorelli [15.12.2017]

Provate a chiedere in giro: Cosa pensa la Chiesa (vescovi, fedeli, cardinali…) di biotestamento, #eutanasia, suicidioassistito?
Nella migliore delle ipotesi, più o meno esplicitamente, vi si risponderà che la Chiesa cattolica è fissata sul concetto dell’indisponibilità della vita e del valore della sofferenza, che pretende di imporre egoisticamente a tutti, pure a chi non crede e – sacrosantamente – desidera soffrire (e veder soffrire i propri cari) il meno possibile.
Ecco, il giorno dopo l’approvazione delle DAT dovremmo ripartire da qui: da decenni di comunicazione sbagliata. Su questo come su un sacco di altri temi (famiglia, matrimonio, fede, sessualità, ecc ecc).
Sbagliata perché non ha saputo entrare in relazione con la paura dell’uomo di oggi. Per troppo tempo non ci è accorti che usare certe categorie (e per di più farlo in un certo modo) non “dice” più nulla alla maggioranza delle persone: per una serie di motivi (che chiamano in causa anche la Chiesa) l’uomo di oggi reagisce solo a determinati stimoli e percepisce i valori (diritti, libertà, dignità) in chiave individualistica.
E’ questo che va intercettato.
Se la preoccupazione principale dietro al biotestamento è preservare la dignità e l’autonomia della persona, a questa preoccupazione andava risposto in primis – ma da un bel pezzo, non dall’altro ieri. Lasciando – apparentemente – sullo sfondo concetti ovviamente importanti (anche se principalmente per le persone di fede), come il valore della sofferenza, il senso del limite, l’indisponibilità della vita.
Tra l’altro – e non è un aspetto secondario – dignità e autodeterminazione della persona non sono novità ma valori cristiani: è stato Gesù per primo a rivelarceli. Perché, su questo come su tanti altri argomenti, non impariamo a cercare l’origine cristiana delle battaglie sociali odierne, riappropriandoci di questo elemento comune che è “naturalmente” nostro e da cui ripartire per ottenere quell’ascolto che non è più scontato?
Nel caso del biotestamento sarebbe stato molto più produttivo rilanciare su questi valori (autonomia e libertà), mostrando di volere battersi AL FIANCO e NON CONTRO le persone (sì, molti percepiscono anche questo), chiedendo INSIEME più investimenti nelle cure palliative per aiutare il più possibile a non soffrire, a lasciare questa vita con autentica dignità e ripetendo sempre – e non solo su specifica richiesta – il “no” all’accanimento terapeutico.
Si dirà: ma nei testi della Chiesa tutto questo c’è. Certo che c’è, ma se noi cattolici non lo ribadiamo – sempre (aiuta a ricordare), per prima cosa (“placa” la paura diffusa) e indipendentemente dal dibattito in corso, creando così una relazione di fiducia basata su preoccupazioni comuni (la paura di morire e di soffrire ce l’hanno credenti e non) – tutto questo rimane nei testi senza quasi lasciare traccia (come conferma il recente stupore mediatico attorno all’inesistente novità delle frasi del Papa sull’accanimento terapeutico).
Questo non è barattare o negoziare: questo è leggere i segni dei tempi. Questa è quella sana “scaltrezza” che il Signore stesso ci ha chiesto.
Chissà se finalmente l’abbiamo capito?