di Martina Pastorelli [27.08.2017]

Dopo #piazzaindipendenza ci si sta scannando con violenza che tocca inusitate vette sul tema immigrati/immigrazione.
La polarizzazione è al massimo e sembra riassumersi in una grossolana contrapposizione tra “quelli che: tutti fuori” vs “quelli che: tutti dentro”. Gli insulti si sprecano, da ambo le parti. Ciascuno a suo modo, col suo “stile”, offende l’altro. Chi riconosce un po’ di ragione in entrambi gli schieramenti non sa come parlare, spaventato dall’aggressività che circola.
Il tragico risultato è che così facendo si continua a trascurare il punto centrale, ovvero un fenomeno, quello migratorio, che a prescindere da quali siano le sue motivazioni (essì perché ci si scanna anche su questo…) va governato, e prima di tutto politicamente.
Certo, la codardia multiforme dell’EU non aiuta l’Italia, ma nel nostro Paese, tra noi cittadini prima ancora che tra politici, serve ancora meno procedere a testa bassa sostenendo la propria idea senza tenere minimamente in considerazione da dove venga la preoccupazione di chi la pensa in modo opposto.
Molto cambierebbe invece se, da entrambe le parti, si cercasse quella che CatholicVoices chiama “intenzione positiva” e che, seppur male – talvolta malissimo – espressa, c’è quasi sempre nella posizione di chi la vede diversamente (anche molto diversamente) da noi. Questa intenzione è il terreno comune da cui partire per costruire e quando la si scopre nell’altro, ci rivela che non stiamo su pianeti così lontani ma che abbiamo, in fondo, molte angosce, timori, desideri in comune; o comunque molto più vicini di quel che pensavamo. Ci permette di scendere dalle barricate e provare a cercare soluzioni intelligenti a vantaggio di tutti. Che è precisamente quello di cui ora c’è urgente bisogno.
Concretamente, sul tema immigrazione, si mescolano preoccupazioni spesso condivise (e condivisibili) ma quasi sempre manifestate in modo sbagliato, che provoca l’altro e scatena le reazioni a catena di cui siamo testimoni (ultimo il caso #donBiancalani).
Così, ad esempio, da un lato c’è la paura del caos sociale derivante da presenze numericamente non controllate e magari in futuro non controllabili, l’ansia di fronte a una crisi economica innegabile (mancano già adesso lavoro, case, pensioni e fondi in ogni settore della vita pubblica), il desiderio di sicurezza, di ordine pubblico, di sovranità nazionale.
Possiamo davvero definirle apprensioni infondate, desideri assurdi? E rispondere a chi li avverte “vergogna”, “populista”, “razzista”, ecc., è chiaro che non basta: anzi, è come buttare una torcia tra gli sterpi.
All’opposto, c’è ad esempio la volontà di aiutare chi è nel bisogno, di rifiutare in ogni forma la violenza, di non perdere di vista la nostra umanità. Sono forse sentimenti disprezzabili?
Insomma, questo non voler guardare al buono che sta nell’altro, non solo perpetua un inutile dialogo tra sordi ma, fatto ben più grave, lascia irrisolto un fenomeno che andrebbe invece affrontato in modo strutturale e sistematico quanto prima.
Quello che invece la Chiesa sta cercando di promuovere, sulla scia della sua Dottrina Sociale, è proprio un atteggiamento che con realismo cristiano riconosce e tiene conto di tutte le preoccupazioni in campo, un criterio che da un lato invita a non chiudersi davanti a questo fenomeno epocale, dall’altro a non cedere alla retorica superficiale: la speranza di quanti emigrano va fatta convivere con la speranza della società che li accoglie. Dice la Chiesa: si può al contempo trattare gli immigrati in modo dignitoso e avere una chiara politica di immigrazione. “Accoglienza responsabile”, “speranza strutturata”, “diritto a non emigrare”, “ordine sociale” , “etica della responsabilità e del rispetto della legge” (nell’interesse di tutti): le frasi contenute nella DSC e/o pronunciate nell’ultimo anno dal Papa e da altri esponenti ecclesiali, non sono espressioni vuote e buoniste, ma descrizioni molto concrete e realiste su numeri (ogni Paese faccia il calcolo di quante persone può accogliere), modi (no ai ghetti che creano ancora più pericolo, integrazione nel rispetto di leggi e cultura del Paese ospitante), strategie (incidere sulle cause delle migrazioni di massa, infrangere la rete di delinquenza e illegalità che le gestisce, recuperare un’identità da proporre ai nuovi arrivati).
È una posizione che risponde al dovere umanitario verso il fratello e al contempo alla necessità di preservare il bene comune dello Stato nei suoi vari aspetti (economici, di sicurezza nazionale, culturali).
È, come tale, una posizione che risponde alle “intenzioni positive” di chi adesso si affronta da barricate opposte senza capirsi e che noi cattolici dovremmo imparare a sostenere invece di lasciarci trascinare da una parte o dall’altra (una trappola in cui cadono anche i più “illuminati”). Proviamoci, ne vale la pena: la posta in gioco è davvero altissima.